Il progetto

Lecturae Dantis: come si leggeva Dante nel Medioevo? 

è un seminario permanente coordinato dal Dante Institute del Research Centre for European Philological Tradition incentrato sulla primissima ricezione e fortuna dell'opera di Dante. Scopo principale dei nostri incontri, a cui daranno vita docenti e ricercatori da tutto il mondo, è tentare di leggere Dante come sarebbe potuto avvenire nel Medioevo, accantonando il più possibile le sovrastrutture critiche degli ultimi secoli, per concentrarci sulla cultura del poeta e dei suoi "lettori" dal Tre al Quattrocento. Fondamentali a questo scopo sono sia le rubriche, le chiose e i commenti (volti a interpretare non soltanto la lettera, ma anche l’allegoria del poema), sia le primissime miniature che accompagnano il testo e, accanto a queste, l’analisi dell’impalcatura melodica della Commedia. Il seminario permanente ambisce ad essere un laboratorio di sistematizzazione in fieri dell'universo dantesco, suddiviso in macro-sezioni (ciascuna delle quali affidata ad un coordinatore scientifico), e si concentrerà dunque sui seguenti temi:

1) la cultura di Dante, indagando:

I CLASSICI DI DANTE

Sebbene non si sappia con certezza quale potesse essere la "biblioteca classica" di Dante, né se durante l’esilio egli avesse a disposizione un gruppo, sia pur limitato, di volumina personali (a differenza di quanto, con una buona approssimazione, è stato possibile ricostruire nel caso di Petrarca), possiamo tuttavia immaginare quali fossero i suoi auctores, che in molti casi è plausibile avesse letto direttamente. D’altra parte, le ricostruzioni degli indici e dei cataloghi di quelle biblioteche che Dante presumibilmente frequentò, permettono di tracciare una sorta di mappa delle letture dantesche. Interessante sarà anche cercare di capire in quale forma determinate opere circolassero all'epoca: caso emblematico è quello delle moralizzazioni, che creavano, di fatto, un indirizzo di lettura e di interpretazione. I nuovi orizzonti di ricerca, che stanno indagando minuziosamente la copia e la circolazione negli ambienti fiorentini – e non solo – di alcuni autori classici citati da Dante invitano a una ricognizione rigorosa, che si annuncia ricca di implicazioni. 

LA BIBLIOTECA FILOSOFICA DI DANTE

«Le dottrine teologiche non si accordano con quelle della filosofia, quanto ai principi, perché si fondano sulla rivelazione e sulla divina ispirazione, e non sulla ragione; di esse dunque non possiamo discutere in filosofia», così si espresse, nella Metafisica, Alberto Magno, che fu tra i primi a distinguere nettamente fra l'ambito della filosofia e quello della teologia. Pur seguendo i maestri della Scolastica, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino in primis, Dante ricorre all’etica e alla psicologia di Aristotele per trattare dell’intelletto, delle virtù, delle passioni, dell’anima e della felicità dell’uomo. La condanna alle pene infernali di Socrate, Platone, Epicuro non è, ovviamente, una condanna tout court della filosofia antica. Affronteremo, dunque, la questione fondamentale della possibile conoscenza di Platone da parte di Dante. Aristotele è il maestro di color che sanno (Inferno IV, 131), e il glorioso filosofo al quale la natura più aperse li suoi segreti (Convivio III, 5 7); di lui Dante dimostra di conoscere tutte le opere maggiori note alla sua epoca. Accoglie inoltre la convinzione dei suoi contemporanei relativa al carattere “scientifico” della concezione aristotelico-tolemaica del cosmo e si impegna a rispettarne le leggi nella costruzione immaginaria del viaggio nel triplice regno ultraterreno; accetta il geocentrismo e la centralità dell’uomo nel mondo e riconosce agli astri il potere di influenzare la vita del mondo sublunare e anche l’indole degli uomini. Dio stesso è nominato con termini desunti dalla metafisica di Aristotele: la gloria di Colui che tutto move (Paradiso I, 1) e l’amor che move il sole e l’altre stelle (Ibi XXXIII, 145), per cui nel poema dantesco il “primo motore immobile” di Aristotele coincide con il Dio biblico, che per amore ha dato origine all’universo e con la sua sapienza governa la storia degli uomini. Oltre al contributo tardoantico (Boezio, in particolare), a quelli più vicini cronologicamente (Avicenna e la “metafisica della luce” di Roberto Grossatesta, ad es.), sarà opportuno indagare quanto Dante fosse considerato magister nel dibattito culturale più generale, a ridosso della sua morte.

LA BIBLIOTECA ROMANZA DI DANTE

La ricezione delle opere romanze merita un’attenta ricostruzione, sia per quel che concerne il rapporto di Dante con i trovatori e i trovieri (e dunque la circolazione dei romanzi cortesi antico-francesi), sia con autori a lui più vicini cronologicamente, come Jean de Meung. Un importante contributo sarà dato anche dai riferimenti offerti da altri autori, molti dei quali in relazione diretta ed esplicita con Dante, sia negli anni fiorentini sia, in misura minore, nei luoghi legati agli anni dell’esilio. La costituzione di un ristretto gruppo di amici, con riferimenti letterari comuni quasi contemporanei, invita ad investigare in profondità un repertorio di opere, di temi e di immagini piuttosto nutrito che traspare sistematicamente in tutta l’opera dantesca, ma anche in quella di alcuni poeti a lui contemporanei. 


FRA IMMAGINE, SUONO E PAROLA: LE ALTRE FONTI

Quali immagini, dipinte, miniate o scolpite, hanno popolato l’immaginario dantesco sin dagli anni della prima giovinezza? E in quale modo un repertorio di riferimento si è costituito nella sua mente per poi tradursi in codice espressivo? Soprattutto, quante di queste immagini costituivano una sorta di serbatoio comune a più generazioni e a più ambienti culturali, alla stregua di quello che accade anche oggi con alcune immagini frequenti e talvolta stereotipate? Allo stesso modo, ci si porrà la domanda a proposito delle fonti sonore. La musica, e non solo quella sacra, le cui implicazioni, assai diverse da quelle attuali, hanno limiti sfuggenti e sono difficili da definire, resta un aspetto capitale, ma sino ad oggi poco esplorato, nella ricostruzione dell’ “immaginario” di Dante. Eppure, anche in questo caso, non è solo il repertorio “dantesco” in senso stretto che dobbiamo tener presente, quanto piuttosto un sistema di codici culturali comuni. Così facendo potremo restituire il più possibile l’atmosfera e la sensibilità di un momento culturale assai diverso da quello presente. Ci si potrà interrogare anche sulle fonti orali, quali le prediche o i sermoni, la cui ricezione corale contribuì largamente ad elaborare l'immaginario collettivo dell'epoca.

LE BIBBIE DI DANTE 

Un tema che costituisce un capitolo completamente a sé stante concerne le varie versioni della Bibbia lette o ascoltate da Dante. Durante i nostri incontri cercheremo di indagare, sotto la guida di esperti, a quale redazione del testo biblico, presente in quasi ogni terzina, Dante avesse accesso (non solo attraverso la lettura diretta, ma anche tramite la rielaborazione del testo sacro nell’esegesi, nella predicazione, nella liturgia, nelle molteplici forme della letteratura religiosa medievale), dunque a quale corpus scritturale potesse fare riferimento: con grande probabilità, esso includeva, ad esempio, testi (specialmente neotestamentari) poi considerati apocrifi.

IL CONTESTO STORICO-POLITICO DELLA PRIMISSIMA RICEZIONE DANTESCA

Ci interrogheremo su come potesse essere letto il "fatto" politico contemporaneo attraverso il filtro della narrazione dantesca, tra profetismo e teoria politica, nonché sull'impatto che sia singoli passi del poema, tanto quanto le Epistole e il Monarchia hanno potuto avere sui lettori contemporanei, primi veri destinatari di quelle opere.

2) sulle indicazioni di lettura fornite da Dante stesso, con:

LE EGLOGHE

Basta una prima lettura per comprendere che le Egloghe, l’ultima opera in versi che Dante consegnò alla posterità, costituiscono un ottimo punto di partenza per un’indagine sull’immediata diffusione della Commedia. Pur confinato ai margini della sua produzione, e poi negletto per lungo tempo (fu pubblicato solo nel 1719), questo episodio letterario non costituisce soltanto la ripresa e in un certo senso la reinvenzione di un genere, ma è da considerare come una testimonianza speciale della primissima ricezione del poema, come l’attenzione ad esso tributata dal Boccaccio sembra confermare, in quell’ambiente ravennate dove Dante godette della protezione di Guido Novello da Polenta e che fu il suo ultimo rifugio.

L’IMPALCATURA MELODICA DELLA COMMEDIA

L’intelaiatura su cui poggia la complessa struttura melodica della Commedia pare seguire la partizione boeziana: musica instrumentalis, humana e mundana. La prima categoria si riferisce all’arte dei suoni; la seconda ha per oggetto l'euritmia dell'animo umano, che per raggiungere un alto grado di perfezione deve essere principalmente accordato con se stesso; infine, la musica mundana è l'armonia dell'universo, che può essere intesa come tale solo dall'anima purificata, in quanto essa contiene in essenza il suo archetipo. “Ascoltare” la musica della Commedia, così come probabilmente facevano i primi lettori è fondamentale per seguire il percorso ascensionale non solo di Dante-pellegrino, ma anche di Dante-poeta.

L’AUTOESEGESI DANTESCA

Se l’autore dell’Epistola XIII a Cangrande della Scala fosse realmente lo stesso Dante, nella seconda parte della lettera avremmo un vero e proprio accessus ad operam dell'autore, cioè un’introduzione che fissa sei fondamentali livelli di lettura del poema, tra cui la distinzione tra auctor e agens. Ma è, prima ancora, all'interno della Commedia stessa che possiamo individuare espliciti atteggiamenti di autoesegesi, integrati nella struttura poetica dell'opera: la poesia della Commedia è poesia critica in quanto si ripiega continuamente sul proprio significato. E una lettura dell’intera produzione dantesca sembra orientare il lettore verso un approccio non solo di necessità esegetico (almeno per alcune opere), ma addirittura autoesegetico, che invita ad applicare una modalità di lettura totalmente sconosciuta a qualunque altro testo letterario fino a quel momento. Quello che Dante scrive deve essere glossato, per essere compreso conformemente all’intentio auctoris; e l’esegesi deve essere dell’autore medesimo, che propone una sorta di “chiusura” dei suoi testi ad altre letture. Operazione, questa, la cui portata merita certamente di essere investigata.

3) sulla prima ricezione e fortuna della Commedia, con:

GLI ANTICHI COMMENTI

Il fenomeno dell'esegesi dantesca, per durata e proporzioni è paragonabile solo all'esegesi del Libro Sacro: ha inizio già all'indomani della morte del poeta e dà vita a un lavoro collettivo di lettura e di interpretazione per noi basilare per comprendere la prima ricezione del poema. Prendere in esame i primissimi commenti al poema si rivela un potente strumento per immaginare e talvolta ricostruire non solo la ricezione iniziale della Commedia, ma anche per delineare quale potesse essere l’ “orizzonte d’attesa” dei lettori contemporanei di Dante.

I PRIMI ILLUSTRATORI

In una nota al ritrovato Offiziolo di Francesco da Barberino si legge: Dante Alighieri in una sua opera che s’intitola “Commedia” tratta, tra molte altre, di cose infernali e presenta Virgilio come proprio maestro. La nota prosegue rimarcando come Dante sia maturato proprio studiando il poeta latino. Nella parte finale vi è un Salve regina, ed un’allegoria figurata della Speranza. Accanto all’Offiziolo vanno analizzati anche i primi codici miniati del poema. Il Codice Palatino 313 è uno dei codici più importanti contenenti il testo della Commedia, primo manoscritto miniato contenente il capolavoro dantesco. Con i suoi quasi 800 manoscritti arrivati sino a noi la Commedia è seconda soltanto alla Bibbia. Ci viene in soccorso l'Illuminated Dante Project, che prevede la digitalizzazione di un corpus di circa 280 manoscritti datati e databili tra il XIV e il XV secolo e conservati in biblioteche, musei, archivi pubblici e privati nazionali e internazionali.

LE LECTURAE DANTIS IN SANTO STEFANO DI BADIA FIORENTINA

Lettore d'eccezione della Commedia, Boccaccio diede inizio alle sue Lecturae Dantis il 23 ottobre 1373 in Santo Stefano di Badia: ormai malato, poté tenere sessanta lezioni, varie e diseguali per contenuto e misura, giungendo sino all'inizio del XVII canto dell'Inferno. «Ebbe modo di utilizzare spunti e annotazioni di Pietro Alighieri, di Iacopo della Lana, dell'Ottimo. Raccolse, pur senza vagliare, notizie storiche, e dai cronisti e dalla viva voce del popolo e dei cittadini che si dissero famigliari del poeta. Attorno a lui, in giorni non festivi (a parte la prima lezione inaugurale tenuta di domenica) si raccolse un pubblico composito: mercanti, popolani, iscritti alle Arti, borghesi, artigiani (i sollecitatori pubblici); ma anche eruditi e letterati»(Cit. Aldo Vallone - Enciclopedia Dantesca, 1970).

La lezione del Boccaccio lettore, presente nel Buti, nell'Anonimo Fiorentino, nel Landino, è largamente operante anche nei lettori di quella che fu, in nuce, l'Accademia della Crusca, ovverosia l'Accademia degli Humidi, istituita il 1° novembre 1540 a iniziativa di Giovanni Mazzuoli lo Stradino, che sarebbe poi divenuta l'Accademia Fiorentina per volere di Cosimo I.

Staff

Dark_png_edited.png

RECEPTIO

Research Centre for European Philological Tradition

AnnaPia_edited.jpg

Anna Pia Filotico

Paris Sorbonne

Co-Direttrice del progetto

f89c0b4c-c8c3-4a87-9b91-dab9713acc66_edited_edited.jpg

Maurizio Rebaudengo

Research Centre for European Philological Tradition

Coordinatore della sezione codicologica del progetto

IMG_3071_edited.jpg

Carla Rossi

Universität Zürich

Co-Direttrice del progetto